M I G N E C O  E  C O R R E N T E 

Migneco, dalla metà degli anni trenta, è una sferzata di passione e sentimento siciliano che penetra violentemente nella pittura milanese dei giovani di Corrente. All’appassionato rifiuto antinovecentista, alla sdegnata e giovanile esecrazione dell’ordine culturale imposto dall’autarchia del regime, che è il clima che si addensa tra i giovani intellettuali e artisti attorno alla rivista resa possibile dal diciottenne Ernesto Treccani, Migneco contribuisce con l’irruenza di una sua figurazione cupamente gridata, spigolosa, grondante, fatta di segni grevi e risentiti, di colori urticanti che risuonano di ogni contraddizione, di ogni sudore, di ogni turbamento della sua terra d’origine. Arrivando a Milano nel 1931, Migneco ha ventotto anni. Ufficialmente studia medicina, ma nutre da tempo in realtà, già dagli anni del liceo classico a Messina e forse da prima, dall’infanzia nelle campagne assolate di Ponteschiavo, l’urgenza di un bisogno assoluto d’espressione lirica, l’impulso totale di un destino segnato dalla pittura. In quella manciata d’anni, l’incontro con i giovani intorno a Treccani nel fervore dell’avventura di Corrente, in particolare con Sassu e Cassinari, e più tardi con Guttuso, è decisivo, ma anche il rapporto quasi quotidiano con Birolli, Manzù e Morlotti diviene l’occasione per confronti e stimoli continui sul piano delle possibilità della pittura ma anche, più in generale, sull’idea dell’arte nel suo rapporto con la realtà e l’immaginazione degli uomini. Soprattutto, però, quello che più lo coinvolge e lo conferma in modo determinante sulla via della sua particolare creatività lirica, è l’incontro con il conterraneo Beniamino Joppolo, scrittore di teatro e racconti, poeta con incursioni anche in pittura, intriso anch’egli come Migneco − dice lui stesso − di «espressionismo mediterraneo», appena arrivato a Milano con un suo bagaglio di straordinarie intuizioni e di fervore letterario. Sono gli anni in cui vengono a intrecciarsi nell’animo del Nostro, alla ricerca dei motivi portanti della sua interiorità, i miti panici della Magna Grecia con la memoria grondante di sensualità e infuocata dal solleone della campagna sicula, la classicità omerica dei suoi studi classici con la partecipazione umana alle condizioni d’esistenza dei più miseri, dei diseredati, degli infelici, di chi più in generale patisce al mondo e nella storia prevaricazione e ingiustizia. Tutto questo, in lui, si fa impulso violentemente segnico, gesto duro e inspessito, risentimento urtante della composizione che s’inscrive in un’atmosfera cromatica acida e cupa, irritata, quasi priva di luce e di aria. È evidente, in quel frangente ancora formativo ma già rilevante e definito, che l’intonazione è quella che in qualche modo deriva soprattutto da un’avvertita tensione verso Van Gogh e le sue torsioni d’espressività rauche e febbrili. I volti sono lividi e tesi, le forme serpeggianti, i colori agri e bruschi. La pennellata si arrovella sul segmento irregolare, sul tratteggio convulso, profondamente antinaturalista e “mentale” ma al contempo palpitante e gonfia di carne, di sangue, di nervi sensibili. Ossia profondamente connaturata e ispirata al realismo interiore dei personaggi e delle situazioni. Sì, perché Migneco, già dagli esordi, poi con Corrente, poi ancora nel dopoguerra fino agli anni della maturità, è sempre stato realista, pure se, secondo me, una tale definizione va certo intesa per lui più come ambito poetico generale che come orientamento ideologico programmatico. Una simile componente realistica della sua pittura, infatti, è sempre stata attribuita a una più generale temperie storica contingente, alla scelta di campo, culturale ma anche esplicitamente di parte politica, che portava a identificare le ragioni del realismo con quelle dell’impegno e della denuncia sociale (o addirittura di un partito, o almeno di un “campo” di sinistra). Eppure, malgrado questa profonda identificazione, sono sempre la sua ironia e autoironia, il suo disincanto nutrito di pensiero classico, la sua lucida consapevolezza di ciò che conta davvero, a intervenire e ad agire nel riportare ogni motivo e ogni tema del dipingere alle radici più profonde dell’umano, cioè a una sua vena profonda di tipo umanistico e antropologico, sovrastorico e universale, liberandolo dalle costrizioni di una disciplina della rappresentazione. Un po’, insomma, com’è stato per Picasso, nel senso che l’immagine del soggetto umano appare sempre, nell’opera di entrambi, al di là delle vicende sociali, storiche, esistenziali, come un unicum liricamente rilevante, centrale e irrinunciabile, nel superamento dell’impalcatura figurale che la sostiene. Questa è stata la sua militanza culturale e civile, il suo modo di essere anche politico nel suo tempo: una battaglia e un impegno poetico-culturali forse anche maggiormente stringenti di altri suoi colleghi d’allora, per quanto più di lui pubblicamente schierati e allineati. Del resto, anche lui aveva contribuito a stendere le parole di quel Manifesto di Corrente del 1940, in cui si rispecchiano proprio alcuni di questi motivi. «Siamo contrari alla metafisica», scrivevano allora quei giovani pittori impegnati, dall’interno di una situazione in fondo non così diversa da quella nostra attuale sotto il profilo culturale, «siamo contrari a ciò che invita soltanto allo stupore e al mistero. Siamo contrari al surrealismo poiché esso, nello scavo di una dimensione oltre il nulla, ha perduto di vista scheletro, carne e cuore degli uomini. Siamo anche contrari a quell’espressionismo che ha sfondo di interiorità, isolamento, convulsione. Di questo movimento non sappiamo salvare che il carattere di profonda urgenza delle sue parole. Con la pittura vogliamo innalzare bandiere!».Insomma − come hanno storicamente indicato a più riprese sia Mario De Micheli sia Raffaellino De Grada, i suoi primi esegeti e compagni d’avventura in Corrente − e al di là della pur generosa retorica del linguaggio di quel periodo, di così assolute e intemperanti dichiarazioni, già da quei primi anni giovanili il mondo poetico di Migneco è chiaramente identificato, lampante, violento. I doppi sensi della sensibilità e le sottigliezze della pittura ne sono esclusi. Ogni sua immagine si radica profondamente nella realtà e a essa sola risponde, nel fuoco di dilatazioni, di torsioni, di stiramenti espressivi violenti e radicali. Ogni cosa discende da un’esperienza, da un dolore o da una memoria, da un incontro, cui le scontornature vistose e serpeggianti, le incise scansioni narranti, i cianotici piani cromatici conferiscono un’evidenza appassionata, fatta − come scrive per lui in un suo verso Salvatore Quasimodo − «di limpida luce / in cui le cose muovano / in limiti precisi». Che l’ha poi definito in un suo testo «pittore d’amore e di luce, nel nome del reale concreto e assoluto!». Già dalle sue prime prove, appunto, Migneco ha spinto la sua ricerca verso i territori di un’espressività esasperata infitta nella realtà, così come continuerà a fare in seguito, riprendendo e rielaborando quei soggetti e quei temi.